Finalmente riesco a confessare di aver vissuto il lockdown in totale apnea. Mai avrei potuto prevederlo: a gennaio, davanti al TG, provavo una pena infinita per la Cina, ma sentivo tutto molto lontano da noi. Poi, a Febbraio tutto è precipitato, anche per noi.

Ho chiuso lo studio dopo l’ultima sessione maternità, pensando che lo avrei rimesso a posto il giorno dopo: ero stanca e desideravo solo tornare a casa. Da quel momento, non ci sono più rientrata.
Per 65 lunghissimi giorni.

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Ricordo che di notte, i primi giorni, tra i vari incubi c’erano anche quelli più banali, ma ugualmente pesanti: avrò spento la macchinetta del caffè? Ho chiuso le finestre? Ho spento i condizionatori? E la candela profumata? Ho chiuso l’acqua? Sarà mica esploso lo studio e non lo so?

Non ho mai trovato il coraggio di andare a controllare, per tutto questo tempo. Bloccata. Paralizzata. Senza respiro. Solo pensieri brutti. Tutti i giorni e le notti. Praticamente sempre. Ho vissuto una pesantissima apnea.
Paura di perdere la mia unica famiglia o di privare loro di me. Di avere amici, parenti o anche solo conoscenti in ospedale, senza saperlo.

Paura di non tornare mai più a lavorare.

I primi 30 giorni del lockdown, ho seguito con ossessione quotidiana i numeri della protezione civile, i protocolli terapeutici, i bollettini sanitari, le interviste a tutti i virologi sparsi nel mondo. Il sito del Ministero della Sanità e quello dell’AIFA erano diventati il mio caffè del mattino. Tutti i siti e le riviste on line di economia e finanza, avevano il turno dopo pranzo: dovevo capire cosa sarebbe successo nei prossimi 6-12 mesi.

E così è trascorso il primo mese. Giorni tutti uguali. Senza luce e senza respiro. Angoscia davanti ai filmati del TG e poi incubi notturni: rapimenti. Ho sognato rapimenti tante volte durante la quarantena.

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Con telefonate e messaggi agli amici, mi rassicuravo il giorno dopo che stessero tutti bene.
Monitoravo anche le mie mamme e tutti i miei bambini: quante mamme avevo prossime al parto. Ho capito dalla dolcezza delle loro risposte che conoscevano molto bene il lato ansioso della loro fotografa: praticamente erano loro a rassicurare me.

Mentre la mia razionalità si nutriva solo di numeri e monitoraggi, dentro il mio cuore era a pezzi. Mi mancava tutto: il traffico per andare in studio, la scorta di focaccine per gli snack dei miei bambini, gli abbracci con loro a fine sessione, la musica di sottofondo per preparare il set, il mio rito del the, prima di tornare a casa. Persino il profumo del mio studio mi mancava immensamente.

Ho chiuso i miei social con #andràtuttobene e #restiamo a casa. Frasi fatte, di default. Poi sono scomparsa, chiusa dentro la mia apnea. Vedevo colleghi pubblicare fotografie continuamente. Io non ho avuto la forza di fare nulla. Se non sentire che qualcosa stava cambiando dentro.

Il dolore, la paura, la sofferenza e la mancanza, mi sembra mi abbiano tolto la pelle.

Aprire le finestre di giorno o di notte e sentire sempre il silenzio, assordante, di una città fantasma di se stessa. Elemosinare un suono, una voce di bambino, un abbraccio. Ma quanto è potente un abbraccio?

Ho aspettato, in silenzio, che mi tornasse la forza di rientrare: in me, nella mia vita, nel mio lavoro, nel mio studio.

Ed è successo solo la scorsa settimana: vi potrei narrare che l’ho pulito, sanificato, igienizzato, disinfettato e preparato per le nuove sessioni. Potrei descrivervi il serissimo protocollo AIFB, preparato insieme al direttivo dell’Associazione Italiana Fotografi di Bambini, al quale mi atterrò fino alla fine di questa orrenda e assurda pandemia.
No, non vi racconterò di questo, perché è ovvio che un professionista serio e responsabile si adoperi per la sicurezza.

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Invece vi confesserò, senza vergogna, che quando ho riaperto quella porta io ho pianto. Tanto. Tantissimo. Perché ho pensato, più di una volta, che non ci sarei più rientrata. E perché la cosa che mi è mancata di più è stata la vita che mi regalano i miei bambini quando entrano, mi guardano con sospetto, poi iniziano a lasciarsi andare, si fanno fotografare, fino al punto di non voler più andare via.

E quel lungo abbraccio sulla porta, alla fine di un’esperienza fotografica vissuta intensamente tra noi, per me è vita vera, che non ha bisogno di parole inutili ma solo di grandi abbracci.

Ho riaperto ufficialmente il mio studio il 18 maggio con una sessione neonato intensa e molto emozionante. E non vedo l’ora di poter riabbracciare di nuovo tutti i miei bambini. Più di prima. Molto più di prima.

Perché questa esperienza mi ha donato una cosa preziosissima:
il coraggio di vivere. Sempre. Anche e solo di abbracci veri.
Abbracci che stritolano sempre d’amore e di vita.